Alessandro Zaffonato. Return to Nature: un ritorno possibile

scritto per il progetto fotografico Return to Nature di Alessandro Zaffonato
2019

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Ci siamo dimenticati della natura.

A partire dalla rivoluzione industriale della macchina a vapore, perpetuata con l’elettricità, la chimica, il petrolio, e poi ancora con l’elettronica, le telecomunicazioni, l’informatica e le annesse implicazioni oltre i confini della realtà materiale, la società occidentale è andata sempre più allontanandosi dal ritmo della terra, dal ciclo delle stagioni, dalle produzioni temporanee legate alle condizioni atmosferiche di luce e di buio, nonché alla temperatura, all’altitudine, latitudine e longitudine dello spazio.

Con l’avanzare del progresso attraverso i secoli, l’essere umano ha gradualmente falsato la propria percezione spazio-temporale, aumentandola a dismisura per poter vivere senza limiti alla velocità della macchina.
Questo tradimento delle leggi naturali è stato recepito più come una comoda distrazione da esse, ma di fatto ha comportato conseguenze sostanziali nella modalità di relazionarsi con la fisica, avanzando un approccio sempre meno rispettoso dei ritmi di evoluzione biologica delle cose terrene. 

Infatti, il tempo amplificato della produzione artificiale, fondato su una velocità ingannevole, ha alimentato la falsa speranza di poter vivere di più e meglio.
La conseguente accessibilità di ogni tipo di prodotto ha inoltre ridotto l’esigenza di porsi troppe domande, fornendo già una serie di risposte subito disponibili tra cui poter scegliere senza difficoltà e pensieri, ma ha anche portato con sé il rischio concreto di perdere il senso delle cose, o di lasciarlo semplicemente indietro, lungo il tragitto, lontano anni luce dalla propria posizione attuale.

Così ci siamo persi anche noi e abbiamo iniziato a credere che siano più importanti gli oggetti accessori del nostro cammino piuttosto che il loro significato, la funzione cui assolvono, o quell’input motivazionale originario che aveva generato la ricerca degli stessi.
Abbiamo finito con l’accontentarci di una soddisfazione immediata, anche se transitoria, continuando indisturbati ad accumulare facili alternative non risolutive, ma veloci da procurare, scartare e sostituire ininterrottamente, perpetuando l’illusione di possedere altro tempo.

Ci siamo adattati a procedere più svelti del globo, senza avere la responsabilità della guida né della meta, senza neppure fare i conti con l’unicità del pianeta su cui respiriamo, conditio sine qua non sottesa al respiro stesso, assumendo la velocità della macchina come principale parametro di valutazione: di più e meglio.
Dopo secoli di lenta deriva, abbiamo bruciato le tappe all’improvviso, in appena due generazioni.
Da Munch a Beuys, in tanti ci avevano lungamente allertati, ma noi li abbiamo relegati tutti alla sola classe dell’arte, dimenticando che essa attinge dal vissuto quotidiano per plasmare il mondo che verrà.

Al contrario, il tempo dell’esistenza nella sua dimensione naturale non è accessorio, ma sostanziale: è il tempo della vita, della morte e del ritorno alla vita.
La natura – lenta, fedele, sconfinata, generosa e spietata – mantiene un equilibrio precario e continuo intorno al genere umano, fin da prima dell’Homo Sapiens, nello stesso universo spazio-temporale con la prospettiva, univoca e lungimirante, di perpetuare la vita in eterno.

Ecco che può avere un senso ritornare a camminare con il pianeta, percorrerlo di nuovo a passo d’uomo.
Forse adesso basterebbe fare un piccolo scarto indietro per poter andare avanti ancora.

Vale la pena provare a soffermarsi un momento ad ascoltare il respiro della Terra, evitando le distrazioni di comodo, combattendo la paura di ciò che non ci è possibile controllare.

Proprio così, siamo soltanto minuscoli uomini, soli e indifesi di fronte all’incontrastata potenza creatrice della natura, ma siamo uomini in pace, immersi nel quieto divenire del globo terracqueo, senza bisogno di null’altro per poter vivere.

Nato e cresciuto nel territorio dell’Alto Vicentino, proprio là dove iniziano le Piccole Dolomiti, Alessandro Zaffonato (1984) propone un “ritorno alla natura” attraverso una macchina, quella fotografica, immortalando il tempo lento del mondo negli spazi confinati del paesaggio non contaminato che è sopravvissuto, fino a oggi, nei lembi nascosti del tessuto urbano.
Senza spingersi troppo in là, quindi, per non sfociare nel dominio assoluto della montagna, egli attraversa i borghi inseguendo il corso di fiumi e torrenti, indietro verso le sorgenti, per ri-scoprire cascate, anfratti e angoli isolati dove l’intervento dell’uomo non si è manifestato, ma resta invece ben visibile l’azione continua del tempo nella levigazione delle rocce, nella crescita non controllata della vegetazione, nel letto dell’acqua che inesorabilmente scorre.

Le sue non sono solo escursioni nei territori, ma soprattutto incursioni nella memoria dei luoghi antichi conservata nei ricordi, ormai sbiaditi, degli abitanti di prima generazione che ancora vivono nei paesi, come se l’atto di risvegliare una sorta di coscienza collettiva dormiente fosse il punto di partenza di tutto il processo di ritorno alle origini che sta alla base della sua indagine fotografica.

Geograficamente immersi negli agglomerati, ma così lontani dalle intenzioni quotidiane della società contemporanea, questi luoghi eletti in mezzo alla civiltà diventano, attraverso l’obiettivo fotosensibile, dei set privilegiati in cui mettere di nuovo in scena un dialogo paritario tra umanità e natura, in un confronto illeso e protetto, non disturbato dall’intrusione di tecnologie e infrastrutture.

Così come i paesaggi risultano privi di interventi artificiali, anche la presenza umana è spoglia degli orpelli superflui del presente per favorire un riavvicinamento alla condizione primigenia, nella nudità del corpo e dello spirito.
Le persone ritratte, svestite e senza più barriere a separarle da madre natura, si fondono col panorama in una danza di chiaroscuri, avvolte in una dimensione surreale quasi estranea, inusuale, che il loro animo può accogliere o rifiutare, temere o amare, o sentire in entrambi i modi insieme.
Ne risulta un dialogo svincolato, non addomesticato, che sfugge al controllo della volontà umana, reagendo istintivamente all’immensità del creato.

Nell’isolamento sociale e nel silenzio della solitudine, nella privazione degli accessori e nell’assenza delle comodità, in questo contesto di autenticità ri-creata grazie al chiarore ambientale che abbraccia le scenografie rocciose, pluviali e vegetali risultanti da secoli di evoluzione non guidata, qui diventa quindi possibile ri-trovare un contatto non filtrato con la propria condizione esistenziale, ponendosi con umiltà in ascolto del gergo primordiale del mondo e delle emozioni derivanti dall’immersione totale in un habitat selvaggio.
Ed è proprio questo preciso istante di coscienza che l’artista vuole sottrarre alle leggi temporali, fissare e custodire nella memoria.

Per preservare questo momento, sospeso in nessun tempo e in tutti i tempi, e proiettarlo in un immaginario collettivo di carattere universale, il fotografo elimina l’elemento cromatico inteso come ultimo fattore di interferenza e lascia parlare solo la luce e l’ombra, i pieni e i vuoti, le forme e i corpi, i movimenti e le tensioni, i cenni e gli sguardi, le voci e i silenzi di tutto il visibile percepito e dell’esistente non visibile, in un linguaggio affrancato dal condizionamento delle convenzioni, nel coraggio essenziale della libertà.

Iniziata nel 2015 attraverso i territori delle province di Vicenza, Padova, Belluno e Trento, la serie Return to Nature conta ad oggi una quarantina di scatti in bianco e nero e rappresenta una prima sintesi del lavoro di Alessandro Zaffonato che, attivo già dal 2005, si dedica inizialmente alla fotografia naturalistica, per avvicinarsi in seguito al reportage, al ritratto e al nudo.
In questo progetto possiamo osservare un repertorio di immagini che è il frutto di un percorso consapevole e polivalente dal punto di vista sia del soggetto che dell’ambientazione circostante, in un continuo rovesciamento di senso che non pende mai esclusivamente da un lato o dall’altro, incarnando quell’equilibrio congenito tra l’uomo e il pianeta, qui abilmente restituito con un attento uso della luce diurna e degli strumenti fotografici.

Lo studio del set e delle condizioni atmosferiche, della saturazione e della luminosità nelle diverse stagioni, le uscite preparatorie, la scelta delle modelle, l’analisi calibrata delle pose di ispirazione classicheggiante, la selezione degli obiettivi, la lavorazione in post-produzione, effettuata come in una camera oscura, denotano cura e impegno, volontà di confronto nei riferimenti di ricerca, capacità di pensiero prospettico e coerenza metodologica che concorrono a valorizzare un’etica sostanziale di fondo.

Il processo di esplorazione del territorio e di recupero della memoria, così come quello di costruzione dell’immagine, fanno quindi parte dell’intenzione, implicita in tutta la sua indagine, di guardare alle origini senza rinunciare al futuro.

Ugualmente fedele alla ratio umana e all’istinto di autoconservazione del patrimonio ambientale, Zaffonato mette in gioco la delicata relazione tra tecnologia e natura, evidenziando la possibilità di riconnettersi a essa senza rinnegare il beneficio del progresso, tramite un utilizzo equo e sensato dei mezzi, nel rispetto del pianeta, in un rapporto nuovamente fondato sull’ascolto, sull’osservazione e sul coraggio.

La comodità è un lusso sostenibile e può convivere con l’ambiente se ne preserva le prerogative spazio-temporali, nella consapevolezza che il vero privilegio è quella stessa natura che accoglie e diffonde la vita.

  • Alessandro Zaffonato: Return to Nature