Il solo pane di Francesco Antonio Caporale

Di solo pane - Francesco Antonio Caporale

FRANCESCO ANTONIO CAPORALE
DI SOLO PANE

MUSEO MARCA, Catanzaro

20 Novembre 2016 – 10 Gennaio 2017
inaugurazione 20/11/2016 ore 18.00

leggi il COMUNICATO STAMPA

opere di Francesco Antonio Caporale
testo di Teodolinda Coltellaro


Nessuna cosa è tanto positiva
come il pane
Dostoevskij

Quando c’è pane
anche il dolore è più lieve
Cervantes

 

Il pane, la forma del pane, il sapore del pane, il colore del pane, il corpo del pane: un fertile rincorrersi e rigenerarsi di elementi percettivi per un alimento fondamentale che accompagna il destino dell’uomo.
La percezione sensoriale concorre a costruire in ognuno di noi una propria, personale, definizione di pane, poiché il sapore, l’odore del pane tipico del luogo dove si è nati ce li portiamo dentro, ci seguono nel nostro cammino di vita, ci ricordano ambienti, persone, consuetudini, tradizioni, credenze, in una parola: ci appartengono.
La sua forma, il suo profumo, la sua tenera fragranza, il suo corpo, appartengono alla storia di ciascuno, di essa sono misure di identità e narrazione.

Il pane ha un corpo che, pur nella varietà di forme e geometrie, è mortale pari a quello dell’uomo.

Ma i ricordi del pane sono conservati meglio del pane stesso. È nato nella cenere, sulla pietra. Il pane è più antico della scrittura e del libro. I suoi primi nomi sono stati incisi su tavolette d’argilla in lingue ormai estinte. Parte del suo passato è rimasto fra le rovine. La sua storia è divisa fra terre e popoli.

Predrag Matvejević, Pane Nostro, Garzanti, 2005, p. 11

 

 

“L‘Universo comincia con il pane” – afferma Pitagora.

Infatti, dall’antichità, dalla profondità dei tempi, la storia ci restituisce i valori del pane: valori spirituali, morali, sociali, culturali.
Il pane, frutto della terra e prodotto della cultura, affonda le proprie origini nella memoria, nel vissuto individuale, nella storicità dei luoghi.

Così, ripercorrendo i racconti ascoltati da bambino, l’artista Francesco Antonio Caporale ricostruisce l’identità del pane nero del secondo dopoguerra.
Quel pane, ottenuto con il grano raccolto dopo la bruciatura delle stoppie, ritorna nei vortici dei suoi pensieri; in essi si sovrappongono immagini, forse parvenze sognate, di spighe brunite dal fuoco, di mani affamate che raccolgono chicchi anneriti tra la cenere: è la storia del pane nero, il pane dei poveri.

Ed ecco, inattesi, ulteriori dati visivi ad arricchire il suo lessico cromatico: il colore del pane, il pane nero, il pane bianco.

Ma il pane non è del tutto nero e non è del tutto bianco.
Nei tempi miseri del pane nero è bianca di luce la sacralità di un alimento che placa la fame del corpo e sostanzia di sé lo spirito nella lotta per la sopravvivenza;
nei luoghi e nei tempi del pane bianco è illusoria felicità, è nero presagio per lo spirito l’esserci solo pane.

Da secoli si ripete che “non si vive di solo pane”, facendo in ciò riferimento all’imprescindibile dimensione spirituale del vivere.

Di solo pane può vivere il segno narrante dell’artista Caporale quando, nella forza plastica e nel tessuto pittorico delle sue opere, declina un percorso di ricerca creativa che trae origine e significato dal pane.

Le sue opere offrono una raffinata traduzione formale alla dimensione memoriale del pensiero. In essa il territorio è luogo fertile di rimandi e il pane diventa origine e destino terminale di una partitura figurale in cui si inseguono una molteplicità di segni e di sottili correlazioni simboliche.

 

Dalla densità rammemorativa del proprio vissuto affiorano, vividi e attuali, repertori d’immagini, suggestioni di sopita bellezza: campi di grano in cui smarrire lo sguardo; melograni di cui dissetarsi; il sole che disegna trepidi sogni sui sentieri di giovani destini; giochi di ragazzi che quietano la fame di giorni assolati, mentre le rane saltano sul pane nero e gli scoppi di risa si mischiano alle espressioni divertite e ironiche:

“Che fai? Mangi pane e rane!”

La rana, raffigurata nello slancio plastico del balzo o in placida posizione d’attesa, rappresenta per Caporale un ricongiungersi ai sogni di spighe e di pane, al “pane e paese”, a quel territorio che è sempre più simile all’arca felice di animali che popolano i ricordi, le storie vissute o ascoltate (il gallo, le pecore, l’asino ecc).

Nei suoi lavori creativi, a ben considerare, ricorrono elementi figurali che si ripetono e si rigenerano in varianti sempre diverse, contrappuntando e connotando la sua sintassi espressiva.
Così è per la rana: un segno-simbolo che, insieme agli altri disseminati nella sua produzione, offre i motivi interpretativi, le coordinate analitiche per cogliere la sostanzialità dei concetti, declinati in innumerevoli combinazioni e ridisposizioni testuali.

L’urgenza conoscitiva, che induce a ritornare sulle singole opere, permette di scoprire un inanellarsi di richiami simbolici, di metafore visive: gli occhi del pane, il cuore del pane, la casa, l’esistenza stessa costruita sul pane; l’albero che affonda le proprie radici nel corpo del pane, nella sua sostanza più densa e feconda; l’albero, ancora, che nasce dal corpo dell’uomo, l’attraversa assorbendo nutrimento dal pane; l’uomo stesso che nasce dal pane; gli uomini in gesto di preghiera sospesi sugli alberi che affondano le radici nel pane; le rane che saltano sul pane sottolineando, nel loro ininterrotto moto circolare, la ciclicità dell’esistere, l’eterno ritorno dell’uguale.

Segni e simboli che rimandano al vissuto, ma anche a tutto un mondo di valori che cresce e si sviluppa nel corpo del pane, nel nome del pane: il pane perduto, il pane degli angeli, il pane benedetto, il pane dell’amicizia, il pane dei morti, il pane dei santi e tante altre denominazioni che concorrono a costruirne nei secoli l’identità.

Il pane è il mondo perché il mondo vive grazie ad esso; è l’uomo stesso a cui dà forza e gambe per esistere.
Il pane, dimora di memoria e alito di vita, nell’opera d’arte è sostanza che nutre lo sguardo dopo aver nutrito il corpo dell’uomo.

Così, di opera in opera, in un’esplorazione visiva quasi tattile, si amplia la gamma dei significati riconducibili all’identità del pane; dalla dimensione puramente esperienziale e memoriale, dalle storie e dalla storia che lo raccontano si passa a contenuti più universali che travalicano il singolo individuo, la sua storia, il suo percorso di vita per raccontare di ogni uomo, di ogni luogo dove il pane nutre i giorni di poveri e affamati, ma nutre anche gli occhi di chi coltiva sogni di futuro diventando esso cibo per l’anima.

Allora, inseguendo le radici del mondo immaginativo di Caporale e le segrete alchimie generative di segni e significati, ha un senso parlare di “ascolto” del pane, poiché non è all’orecchio fisico che si fa riferimento, ma alle incognite distese di ascolto interiore che si aprono in quel misterioso sentire dell’uomo e da cui l’uomo stesso, nella sua profondità d’ascolto, rinasce.
È una dimensione quasi sacrale che va ben oltre la percezione uditiva dell’ascolto; è un ascolto nuovo che misura il battito della vita che cresce, che lievita, si espande nel pane e col pane, per cui il pane è più propriamente lievito vitale, è il pane della vita. Esso è elemento di unione tra terra e cielo, tra materia e spirito.

D’altronde l’artista, nelle sue raffigurazioni, rappresenta l’uomo contemporaneamente con le mani giunte in atteggiamento di preghiera e tese verso il cielo, in ciò dichiarando il senso di profonda spiritualità che ne muove il fare.

In una continua filiazione di simboli, la struttura narrativa di alcune opere scultoree si sviluppa in un moto ascensionale che dalla base di un’altura giunge alla cima su cui svetta, proteso verso il cielo, l’albero della vita; un albero sempre nuovo, ma più antico di ogni memoria che continua a far germinare emozioni al centro del cuore.

Esso introduce ad un processo metamorfico della materia per cui le dita della mano diventano alberi, che a loro volta, in una compenetrazione essenziale di forme, si trasformano e generano figure umane in cui si condensa un dialogo più sostanziale che trascende le parole e le cose.

 

Sono immagini in cui si coglie la forza compositiva del gesto ispirato, capace ancora di saper udire ed esprimere il canto profondo della natura; sono raffigurazioni, elementi visivi reiterati che riecheggiano, nel loro armonico disporsi, passi del biblico Discorso della Montagna in cui tutti, animali e uomini, percorrono il sentiero che conduce verso un ritrovato equilibrio tra natura e vita dell’uomo.

È anche il sentiero su cui, in un addensarsi di interrogativi sui temi dell’esistenza, l’artista si incammina e cerca la propria Via Interiore verso la vita, verso la propria verità.

È una dimensione di pensiero, una visione etica di chiara matrice ambientalista che attraversa tutto il lavoro di Caporale; è la proiezione di un desiderio che insemina nuovi germi di salvezza e restituisce alla terra quell’armonia naturale originaria in cui il pane ha il potere di riconciliare il corpo con l’anima.

“Dacci oggi il nostro pane”: e il pane diventò corpo e il corpo diventò spirito.

Di solo pane, in conclusione, diventa un prezioso ossimoro poiché il sogno creativo dell’artista, nel suo dipanarsi, scopre, con stupito candore, il vero corpo del pane: quel suo corpo che nutre il proprio corpo e che trova posto nell’animo; quel pane di cui l’uomo sazio può vivere solo se riempie i granai dello spirito.

 

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