Omar Galliani – L’epica del viaggio

Omar Galliani
Omar Galliani

Conversazione di Teodolinda Coltellaro con il maestro Omar Galliani in occasione della mostra “Souls – Anime. La seduzione del Disegno Italiano” dal 01/12/2017 al 28/01/2018 al Museo Casa Robegan di Treviso


Omar Galliani. L’epica del viaggio.

di Teodolinda Coltellaro

 

L’occhio, coinvolto e irretito, si sofferma e indugia tra le distese di segni, sulle superfici palpitanti di luce da cui emergono corpi, volti femminili, paesaggi, dettagli anatomici amplificati, frammenti di figurazioni che, in un gioco di rimandi, introducono al mondo creativo di Omar Galliani, alle sue radici immaginative.

Nella preziosa tessitura segnica dei suoi lavori la forza e l’incombenza del quotidiano s’intreccia e convive con lontananze temporali connotative di epoche e contesti storico-artistici.

La sua ricerca, infatti, affonda nelle densità figurali del passato, nelle estensioni storiche dell’arte, di cui evoca modelli culturali e motivi linguistici che coniuga in una originale sintassi espressiva.

La sua sensibilità, pienamente contemporanea, sa cogliere gli aspetti di transitorietà e complessità del nostro tempo, gli scenari mobili che ne connotano la dimensione sistemica, ma li traduce in modi e forme che sollecitano lo sguardo a percorsi interpretativi più profondi che non si esauriscano nel “qui ed ora”, proponendo il ricorso alla memoria e alla citazione come processo di rinascita creativa nell’alchimia della forma.

La sostanza espressiva del suo linguaggio tende a essere catalogata come anacronistica e citazionista, ma di fatto si sottrae ai recinti vincolanti di movimenti artistici, ai limiti imposti da schemi o categorie per offrirsi a percorsi erratici sospesi tra passato e presente che generano sempre nuove mescolanze di segni, inedite combinazioni di forme simboliche e di elementi mitici.

 

Omar Galliani: Blu oltremare, 2017
Omar Galliani: Blu oltremare, 2017 – pastello blue rosso su tavola, 50x50cm

 

Nelle sue opere, la ritmica cadenza diagonale del gesto e l’addensarsi di segni creano immagini che sono altrettanti portati emozionali di bellezza.

In esse dimorano paesaggi dell’anima, armonie di ritmi profondi che affiorano alla luce, si dilatano, e dall’orlo del supporto, dai suoi margini essenziali, si espandono fino alle soglie del visibile, provocando un continuo sconfinamento e inabissamento dello sguardo.

Per Galliani l’opera è, in modo prioritario, disegno: dalla dimensione fisica del tracciare (di esercizio muscolare protratto fino allo stremo), del coprire di segni una superficie al suo essere fenomeno articolato, fluttuante, vivente, animato da una propria biologia memoriale che ne determina l’esistenza e in cui si compenetrano mirabilmente e dialogano mondi di tenebra e luce.

Ogni opera è spazio tracciato, è scrittura, è poesia, è storia, è racconto, è viaggio.

Il disegno è un viaggio – scrive Omar Galliani – sovrapporsi di segni, emozioni: scatenate, meditate, sognate.

Nell’apparente staticità del disegno s’origina il viaggio; nasce da un inarrestabile, impetuoso, fiorire di segni, dalla fragilità del loro essere filiforme che dà forma all’immagine, forza narrante alla sua suggestione evocativa, alla sua dimensione epica.

Il disegno è insieme luogo fisico, mentale e spirituale la cui quiete è pervasa da sottile tensione, da impercettibili dinamismi sotto pelle; è materia viva fermentata dalla continua ridisposizione dei segni in sempre nuove modalità e modulazioni di racconto; è materia sensibile permeata dall’inquietudine stessa del viaggio.

E nei morbidi valori chiaroscurali, nelle impalpabili seduzioni dei segni, il disegno di Galliani costruisce una straordinaria identità tra arte e vita, per cui il fluire del segno sulla tavola e il ritmo e l’intensità del respiro sono la stessa cosa.

In fondo, è sempre il disegno il destino della sua matita; come lui stesso sottolinea:

Il disegno, la cosa che conosco meglio, è già nella mia tasca al mattino quando mi alzo, e mi accompagna nei viaggi.

 

Omar Galliani: Castalia, 2017
Omar Galliani: Castalia, 2017 – matita su tavola + pigmento, 70x70cm

È con questa consapevolezza che affido le mie curiosità conoscitive alle sue parole, ancora per un viaggio, ma all’interno del suo felice e visionario universo artistico.

 

Intervista

1.
TEODOLINDA COLTELLARO: In ogni tuo lavoro tu attraversi le stratificazioni storiche della figurazione, lasciandoti guidare da coinvolgimenti emozionali e relazionali fecondi di sempre nuova linfa creativa.
Puoi raccontarci di questi passaggi trasversali nel tempo e nella storia dell’arte?

OMAR GALLIANI: Ho sempre pensato alla storia dell’arte come ad un grande edificio senza tempo in cui si siano stratificate generazioni di segni e sogni.
La contaminazione degli stili o delle poetiche fa parte del mio bagaglio culturale, così come la tecnica del disegno di cui faccio uso.

2.
TC: Ci sono periodi e contesti storici che ti sono più congeniali o che risultano depositi più fertili di segni e visioni di cui rinnovare la memoria e nutrire lo sguardo?

OG: Se pensiamo al disegno, dato l’uso costante nel mio lavoro, direi il primo Rinascimento per l’importanza che assume questo strumento quale progetto di ogni opera definitiva.
Sul finire degli anni ’70, in piena epopea concettuale, il mio lavoro rapinava dettagli da opere famose della storia dell’arte per poi dilatarne dettagli o contenuti anche attraverso l’uso della scrittura.
Il disegno dei grandi formati, come ad esempio i “mantra” nati dalla metà degli anni ’90, deve di più ai tagli cinematografici di Antonioni, Wenders, Altman che non a citazioni dal mondo della storia dell’arte.

3.
TC: Nel tuo continuo ripercorrere a ritroso il tempo, il tuo prodigioso virtuosismo tecnico come dialoga con la sintassi tecnica della classicità?

OG: L’uso del disegno classico è relativo alle opere degli anni ’70/’80 mentre, dalla fine degli anni ’80, l’uso della grafite su grandi superfici di pioppo ha radicalmente cambiato quello che poteva sembrare soltanto un alto esercizio della tecnica, ipotecando per il mio disegno l’unicità di un disegno non più visto soltanto quale progetto, ma bensì opera finita.
Se aggiungiamo poi la basicità degli strumenti, il carbonio per la matita e il vegetale per il pioppo, raggiungiamo un grado alchemico rilevante.
Il mio disegno si muove su di una materia viva, il legno, il quale con i suoi tannini e invecchiamento modificherà nel tempo le traiettorie dei miei soggetti.

Omar Galliani: Grande disegno siamese, 2004
Omar Galliani: Grande disegno siamese, 2004 – grafite nera su tavola, 150x150cm

4.
TC: A ben considerare, la tua opera mi sembra possa essere ricondotta nel solco analitico di una straordinaria epica del viaggio: intorno e dentro l’opera, nel vissuto contemporaneo, nelle sedimentazioni del tempo storico, nelle stratificazioni segniche di ogni tuo lavoro.

OG: Le opere sono sempre in viaggio e, metaforicamente, lo è anche il mio lavoro con loro.
Nei vari viaggi in Cina o in sud America, nei diversi musei che le hanno ospitate, queste opere sono mutate aggiungendovi elementi nuovi che ne hanno caratterizzato nel tempo l’evoluzione avvenuta sempre all’interno delle maglie strette del disegno.

5.
TC: Parlando di “epica”, ovviamente, si sottolinea l’aspetto narrativo e, in esso i molteplici racconti che, sottotraccia, scorrono nella pelle dell’opera.
Si può assimilarli ad un fluire sottocutaneo che ne racconta la storia, la temporalità, il suo farsi?

OG: La scrittura o il testo hanno attraversato spesso il mio lavoro sin dalla fine degli anni ‘70 quando, ridisegnando la manica di Ludovico Ariosto ritratto da Tiziano, trascrivevo un frammento dell’Orlando Furioso direttamente sul foglio di carta Fabriano; o quando, in anni più recenti, sui volti anonimi ridisegnati dalla cronaca o da foto casuali inserivo degli slogan o delle frasi apparentemente sconnesse.
Nei mantra della fine degli anni ’90, ma anche in quelli più recenti, la dicotomia si evidenziava tra un’immagine ridisegnata a matita, dal web o da un magazine cartaceo, affiancata ad un antico testo indiano i cui contenuti entravano in contrasto tra una visione d’oriente e d’occidente dell’esistenza.

6.
TC: Nella realizzazione delle tue opere mi sembra evidente una netta predilezione per il disegno “il cui desiderio ossessivo – affermi – è un’urgenza quotidiana”.
Puoi spiegare da dove nasce questa necessità, quasi fisica, del disegno?

OG: Per realizzare un disegno a matita su tavola dalle dimensioni di cinque metri per sei ci vogliono tanti minuti, tante ore, tanti giorni, alcuni mesi.
Il disegno allora trascende in qualcosa d’altro dal lavoro fisico diventando un mantra quotidiano dal quale non ti puoi allontanare.
È una piacevole e a volte dolorosa ossessione.
Per realizzare un’opera di queste dimensioni non puoi sederti, devi lavorare in piedi, la tua postura cambia, il ritmo del tuo cuore cambia.

Omar Galliani: Disegno, 1995
Omar Galliani: Disegno, 1995 – matita su tavola, 249x251cm

7.
TC: Anche l’avventura quotidiana del disegno – come tu più volte sottolinei – è un viaggio.
Quali i tracciati temporali e umani?
Quali le vibrazioni emotive, le sottili inquietudini, i richiami sottesi tra cuore e mano?

OG: È senz’altro il margine, o meglio il bordo, del grande disegno da raggiungere dopo infiniti segni, questo è l’aspetto più emozionale dell’opera e quando l’hai raggiunto vorresti ricominciare, poiché il disegno è infinito e vorresti sempre riprenderlo, anche dopo anni e in geografie diverse, distanti.
La mano insiste e si muove nella sua meccanica anatomica del tracciare, del sovrapporre, la mente circoscrive il progetto e ne conserva la memoria originaria, il supporto e le sue venature ne mutano il percorso, il sole nel tempo ne modificherà il colore.

8.
TC: Tu usi per i tuoi disegni, in particolare, la grafite, che definisci nella sua essenza minerale “geologia narrante”.
Quale la sua sostanzialità di racconto?

OG: La grafite è geologicamente carbonio allo stato puro, un minerale, un ottimo conduttore elettrico e ha la più alta temperatura di fusione: veniva usata anche nei reattori nucleari rbmk 1000 come moderatore di neutroni.
Inoltre, la grafite è anche un diamante giovane esposto a temperature di pressione differenti nel cuore della terra.
Oggi si parla del grafene, fogli di grafite che in un prossimo futuro sostituiranno il silicio come base per i nuovi transistor del futuro.
Questi dati scientifici per farti capire la differenza del mio disegno che da “classico” si muove verso il futuro attraverso uno strumento sconosciuto in passato e che dalla piccola moleskine arriva ai cinque metri per sei dell’ultima mia opera di cui ti parlavo prima.

9.
TC: Dopo aver elevato il disegno alla maestosa pienezza dell’opera sottraendolo ad un destino di marginalità tecnica, con straordinaria capacità inventiva, lo proponi su tavola (di pioppo o betulla).
Questo supporto, recuperato dalla classicità rinascimentale, quanto e in che modo arricchisce la partitura segnica, la sintassi espressiva dell’opera?

OG: Abbiamo parlato a lungo della nigredo nella mia opera, la grafite, ora parliamo dell’albedo, il pioppo.
Bianco e nero si attraversano, si attraggono, polarità differenti.
La grafite legata alla cavea, l’altra alla verticalità dell’albero.
Il pioppo ha nella storia dell’arte un’ importanza fondamentale, basti pensare alla Gioconda dipinta su di una tavola di pioppo o a tanti altri capolavori della storia dell’arte: una superficie bianca, morbida come un foglio di carta, attraversata da venature che, con il riflesso della grafite, risaltano sotto le luci dei riflettori o del sole.
Aprendo i pori del legno la grafite si insinua nelle trame dei segni aperti con la carta vetrosa che uso per preparare la tavola.
Il soggetto si cela alla vista dello spettatore perché il supporto disegnato ne nasconde l’evidenza.

Omar Galliani: Tra le tue fauci, 2014
Omar Galliani: Tra le tue fauci, 2014 – matita nera su tavola, 100x100cm

10.
TC: La persistenza del disegno e il richiamo evocativo a radici storico-culturali riconoscibili, come si concilia con la velocità dei processi complessi e aleatori imposti dall’era della globalizzazione?

OG: Il tempo del mio disegno è un tempo lungo che si oppone alle regole della globalizzazione cercando e mantenendo la propria identità originaria senza per questo rifiutare il mondo che lo ospita.

11.
TC: Tu hai viaggiato molto, hai conosciuto luoghi e culture spostandoti da un capo all’altro del mondo.
Quali le tracce di questi viaggi nel tuo mondo immaginativo?
Quanto hanno arricchito di nuovi segni, di nuove immagini la tua dimensione espressiva?

OG: All’inizio dei miei lunghi viaggi in Cina, in Corea, in Sud America, in Russia non mi sembrava di raccogliere o mutare qualcosa nel mio lavoro, poi guardandomi indietro o sfogliando i cataloghi recenti mi sono accorto delle contaminazioni.
Era inevitabile che avvenisse.

12.
TC: Ogni viaggio lo racconti nei tuoi taccuini: preziose raccolte di appunti visivi.
Mi sembra che con essi permetti di compiere un viaggio in differita, oltre che tra i territori elettivi dello sguardo, tra le tue geografie dell’anima, fin alle radici generative dei segni.

OG: I taccuini di viaggio rappresentano una produzione parallela, più intima e nascosta del mio lavoro. In tutti i viaggi fatti in Asia o in America, in Russia o Indonesia ho annotato su carte differenti e materiali grafici occasionali attimi, secondi o minuti trascorsi nelle attese di qualche aeroporto o stazione ferroviaria.
Spesso da queste topografie del mondo sono nate opere più complesse.
A questi segni sento di appartenere come l’istante di vita che anticipa la crescita del grande albero su cui andrò a disegnare la prossima opera.

Omar Galliani: Dittico, 1995
Omar Galliani: Dittico, 1995 – matita su tavola, 180x360cm

testo pubblicato nel catalogo della mostra personale “Souls – Anime. La seduzione del Disegno Italiano”
dal 01 dicembre 2017 fino al 28 gennaio 2018
presso il Museo Casa Robegan a Treviso

comunicato stampa e informazioni sulla mostra al sito dedicato

 


One thought on “Omar Galliani – L’epica del viaggio

  1. armellin Rispondi

    Bene !

E tu cosa ne pensi?