Incontro con l’artista: Elvezia Allari

Oggi vi racconto di Elvezia Allari, artista che ho incrociato spesso nei luoghi dell’arte della bella Vicenza – che è casa per entrambe.

Un paio di anni fa, finalmente, ci siamo incontrate per davvero e da allora sono stata molte volte nel suo studio e agli eventi cordiali che dedica ai suoi ospiti, abbiamo parlato tanto e di molto… e poi ho deciso di scrivere.

Sono felice di presentarvi Elvezia Allari, quasi come la conosco io.

Elvezia Allari: Io abito in un giardino meraviglioso, 2016, abito da seminare in giardino e pochette - credit Ivana Galli, Vicenza
Elvezia Allari: Io abito in un giardino meraviglioso, 2016, abito da seminare in giardino e pochette – credit Ivana Galli, Vicenza


Vicenza, 20/03/2018

Corpi di sfalci e ramaglie: Elvezia Allari

Quando ho incontrato Elvezia Allari per la prima volta, credevo di aver davanti una scultrice di poesie.
Le sue creazioni, abiti per il corpo e per l’anima tessuti in filo di ferro cotto, silicone o carta, incastonati di pietre o intrisi di petali, danzavano come panni abbandonati al moto improvviso del vento, inebriando l’aria con la loro presenza ridondante di significato, spesso pungentemente antitetico alla natura del proprio apparire.

Poi ho assistito alle sue performance, delegate a donne diversissime che vestivano o si denudavano di monili, orpelli e di quegli stessi abiti scultura, a volte limitanti a volte nobili e leggiadri, posti a rinchiudere o esaltare un corpo, a seconda del caso.
Ne ho dedotto che Allari sapeva essere una sottile regista.

Attraverso i ritratti disincantati di quelle stesse donne, ciascuna intenta nelle attività quotidiane del proprio mondo, immerse in placidi scenari dalle atmosfere tanto intime quanto ordinarie, ho conosciuto anche la pittrice.

Ma Elvezia Allari non è solo questa.

Risalendo l’intero percorso artistico, indietro fino alle opere dei primi anni ’90, mi sono imbattuta in un’incessante sperimentazione di materiali e tecniche (formelle, tele, disegni, dipinti, ceramiche, gessi, ferro, carte, pietre, pane, semi, foglie, fiori, frutti), abbinati alla necessità di verificare le potenzialità espressive del corpo, a partire dal suo grado zero e attraverso le molteplici collaborazioni e contaminazioni con il teatro, la danza e la videoarte.

A prima vista, questo continuo attraversamento di stili potrebbe sembrare un eclettismo eccessivo, un girovagare all’inseguimento di una meta sfuggente, che sfocia in un recupero dei materiali incontrati lungo il cammino.

Al contrario, il fulcro dell’operazione artistica si compie dopo il ritrovamento materiale e va oltre l’apparenza della sua forma, quando la sostanza si arricchisce di nuovo significato.
Le opere di Elvezia Allari diventano allora creazioni effimere che acquistano senso proprio al termine della loro durata, nel momento in cui perdono il fine estetico per essere restituite al ciclo naturale.

Succede nelle sue performance, quando gli attori depongono gli ornamenti che indossano, scoprendo la loro vera ricchezza: il corpo sensoriale e sensibile in cui viviamo.

Accade nei fragili abiti di carte impastate di semi che, una volta sepolti nella terra, scompaiono per diventare alberi, piante e fiori nel ritmo delle stagioni.

Nella cessazione della funzione esteriore, si manifesta il senso ultimo che sta dentro alle opere.

Elvezia Allari: Laulu canto del bosco, 2016
Elvezia Allari: Laulu canto del bosco, 2016, installazione arborea con rami e fogliame del bosco, Clematidi e Passiflora – credit Ivana Galli, Vicenza

 

La mostra personale “Sfalci e Ramaglie”, nata dalla collaborazione con lo scrittore Alberto Graziani ed esposta per tutto il mese di febbraio 2018 presso “L’Officina Arte Contemporanea” di Vicenza, presenta un percorso fatto di immagini e di poesie, di visioni ritrovate e di lettere nostalgiche fuse in un processo evocativo unitario che avvolge e accompagna il visitatore.
Avanzando di poema in poema, il suo sguardo si posa sulle nature morte appese al muro, in memoria della propria fioritura, oppure inserite in nuovi contesti, quali abiti, borse, scarpe… da cui può derivare un’altra opportunità di vita.

Elvezia Allari: "Sfalci e ramaglie", 2018 - veduta della mostra
Elvezia Allari: “Sfalci e ramaglie”, 2018 – veduta della mostra

Rami secchi, fiori pallidi, frutti appassiti, strutture arboree, scheletri erbacei, vengono consacrati nella loro scarna essenzialità.
La nobiltà e la leggerezza delle nude spoglie, disadorne dei doni che hanno già lasciato alla bella stagione, vengono esaltate proprio nell’ultimo estremo del ciclo esistenziale, appena prima di scomparire, e si trasformano a loro volta in orpelli da sfoggiare con fierezza.

Così, almeno per qualche momento, l’uomo si ferma a osservare quel che resta della vita, quel che resta dei frutti e dei fiori che egli consuma avidamente ogni giorno.
Si ferma per un attimo, curioso, davanti a quei resti che egli occulta prontamente alla vista e sostituisce con la produzione artificiale degli stessi, alimentando l’illusione dell’immortalità fino a perdere il contatto con la dimensione terrena.

Gli sfalci e le ramaglie che Elvezia Allari ha raccolto, taciturni sul riposo della terra, diventano corpi preziosi, testimoni universali della fine della vita, in attesa del tempo delle nuove rigenerazioni.

 


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